Medici (calcioefinanza.it): “Non è precluso investire, ma ogni operazione va calibrata al meglio”

Abbiamo incontrato Alberto Medici, di di professione consulente strategico e freelancer per Calcio e Finanza dove ha pubblicato, tra gli altri, un articolo relativamente al Fair Play Finanziario della Roma (http://www.calcioefinanza.it/2016/05/19/pjanic-nainggolan-fair-play-finanziario-roma-non-necessari/). Abbiamo chiesto qualche informazione più dettagliata relativamente al FPF, in primis della Roma.

Quanto è realmente vincolante il FPF per il prossimo mercato della Roma?
Il FPF diventerà vincolante nel momento in cui la società giallorossa non dovesse riuscire a rientrare nei parametri richiesti. Mi spiego meglio: non ci sono limiti di spesa per le “operazioni in ingresso”, nel senso che la AS Roma può ipoteticamente acquistare anche Neymar pagando la clausola rescissoria di 190 milioni. Il problema sorge nel momento in cui, in data 30 giugno 2017, i costi di esercizio dovessero essere superiori ai ricavi, non riuscendo dunque a raggiungere quel pareggio di bilancio imposto dal settlement agreement sottoscritto nel maggio 2015. Non è precluso investire, ma ogni operazione va calibrata al meglio: ad ogni Euro speso deve corrispondere un Euro (o più) di ricavo.
Una volta decisi gli obiettivi e tenuto conto dei vincoli del FPF, la società stanzierà un budget congruo per il raggiungimento degli stessi. Verosimilmente verrà “accantonata” una quota cuscinetto per non dover sacrificare un top player agli altari della sostenibilità economica. Se, malauguratamente, non dovessero essere raggiunti gli obiettivi invece sicuramente qualche big partirà: tuttavia questa operazione non deve stupire in quanto anche un’azienda comune, nel momento in cui deve far fronte ai debiti e ad una gestione poco virtuosa, è costretta a disinvestire le proprie immobilizzazioni per liquidare eventuali creditori.

Giudica l’introduzione del FPF efficace per garantire la sopravvivenza delle società di calcio?
La mia opinione è quella che una regolamentazione andava data per evitare altri casi di fallimento (molto recenti nell’ultimo decennio, soprattutto in Italia) e gestioni poco virtuose, per non dire speculative, con interessamento anche degli stakeholders (primi tra tutti i tifosi, ma anche eventuali azionisti o creditori). La sostenibilità del sistema calcio passa anche dal monitoraggio da parte degli organi competenti. Come ogni metodologia di analisi anche il FPF ha delle lacune, ma un vecchio detto afferma che “non si può migliorare quello che non si può misurare”: ben vengano dunque questi controlli se possono garantire maggiore trasparenza, una gestione migliore e più sana delle squadre di calcio (e qualche fallimento in meno).

Può essere migliorato il FPF e se sì come, secondo lei?

Sempre riguardo la mia opinione il FPF può essere migliorato andando a premiare e favorire ancora di più gli investimenti nei settori giovanili. Avere delle cantere che sappiano formare dei calciatori utili alla causa della prima squadra sarebbe un ottimo punto di partenza per qualsiasi società sana; oltre che per un fatto prettamente culturale e di senso di appartenenza e adesione ai valori del club, lanciare giovani stelle potrebbe sgravare le società di calcio di buona parte della quota ammortamenti per i diritti di prestazione dei calciatori che è una grossa zavorra spesata a conto economico. Non è un modello impossibile da implementare: l’Athletic Bilbao dimostra infatti ogni anno come con una squadra di giocatori prevalentemente provenienti dal settore giovanile sia possibile raggiungere traguardi importanti (finale di Europa League e Copa del Rey, vittoria nella Supercoppa contro il Barca). Investire nel settore giovanile è però un’attività destinata a dare i suoi frutti con un orizzonte temporale di lungo termine: il percorso di formazione del giovane calciatore infatti dura circa 8-10 anni, oltre che richiedere strutture di qualità e personale altamente qualificato. Diventa importante credere fortemente nel progetto e non arrendersi alle prime difficoltà: assieme allo stadio di proprietà, il settore giovanile diventa un’attività non-core che può garantire futuro e stabilità alle società.

In base al FPF una società di calcio è obbligata ad autofinanziarsi con le risorse interne, oppure il proprietario può immettere denaro fresco nell’azienda, magari attraverso aumenti di capitale o sponsorizzazioni ad hoc?
Il principio sotteso a questa affermazione è molto semplice: se la gestione a fine esercizio presenta un conto economico in attivo (generando dunque un utile, che può essere reinvestito dopo aver – eventualmente – liquidato gli azionisti), tra le fonti di finanziamento, a tendere, sarà il patrimonio netto a prevalere sulla posizione finanziaria netta (debiti e obbligazioni al netto delle disponibilità liquide) e quindi si potrà parlare di auto-finanziamento.
Diventa importante, per non fare confusione, distinguere aumenti di capitale per ridurre l’indebitamento e sostenere la gestione (in questo caso il conto economico è almeno in pareggio e tra le fonti di finanziamento viene sostituito debito con equity) e aumenti di capitale per ripianare le perdite (a fine esercizio c’è un disavanzo di conto economico e l’azionista/gli azionisti coprono le perdite con gli aumenti di capitale): il FPF non permette solo la seconda possibilità, in quanto in questo caso la gestione è assolutamente non virtuosa e la società brucia ricchezze al posto che produrne (come si suppone che un’azienda debba fare).
Invece le cosiddette sponsorizzazioni ad-hoc, come le chiama lei, sono un canale particolare di approvvigionamento di denaro (in quanto iscritte nei ricavi di conto economico) che è da sempre sotto i riflettori degli organi di competenza: non è un caso in questo senso che il Man City sia stato sanzionato in passato per aver iscritto a bilancio dei ricavi commerciali “poco trasparenti”.

a cura di Flavia Miglietta

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